L’epoca delle startup e delle narrazioni resilienti

Start up, incubatori, hub, coworking, coliving, e chi più ne ha più ne metta.
L’era del racconto collettivo in cui la comunicazione è diventata incomunicabilità.

In questi anni di cambiamento, ci hanno narrato che la crisi economica fosse legata ad una ciclicità e non ad un cambiamento di modello.
L’eccessivo utilizzo dei social network ci ha convinti di essere o poter diventare i nuovi Steve Jobs o Mark Zuckerberg. Negli anni novanta, per me e per quelli della mia stessa generazione, era la stessa cosa: tutti volevamo essere Baggio o Maldini. Poi ho realizzato che di Baggio ne nasce uno su un milione. E di Steve Jobs?

Il fenomeno dello startuppismo ha creato numerose distorsioni rispetto al suo potenziale e alla capacità di far diventare quelle startup imprese che reggono il mercato e creano lavoro. Quanto sarebbe interessante in ogni evento, presentazione, convegno, chiedere ai vari “fenomeni” delle startup quale sia il proprio bilancio a tre anni dalla loro nascita e quante persone lavorano (stipendiate) a quel progetto. In Europa, per realizzare un’impresa da una startup, bisogna “fallire” 3 volte e su 10 startup in media, 8 si perdono per strada. Il tema è che in Italia, la parola fallimento ha un’accezione negativa ma sarebbe bello se qualcuno dicesse prima ai nuovi imprenditori quali sono le insidie maggiori, le mosse da non fare, le precauzioni da prendere. Insomma, riportare le disavventure degli altri per dare un parametro di valutazione. Il sogno di ogni startupper. E ripartire dai propri errori. Un pò come quello che facciamo al Comincenter, non solo sulle aziende quanto sulle persone. Perché il vero tema è dare stimoli, insegnare gli strumenti giusti per costruire la consapevolezza nei propri mezzi e nelle proprie capacità, se si cerca lavoro, o nelle proprie idee se si vuole avviare un’impresa.

Noi giovani italiani abbiamo tanto potenziale nascosto eppure, ad esempio, siamo ultimi in Europa per capacità di candidarci ad offerte di lavoro. Dobbiamo migliorare la nostra percezione di come il mercato del lavoro e le opportunità hanno avuto, negli ultimi 10 anni, una virata nella direzione del cambiamento di sistema. Dobbiamo capire che ormai non basta la formazione secondaria e/o universitaria (partendo dal presupposto che ormai è diventato fondamentale acquisire un metodo che solo il percorso universitario è in grado di dare), ma continuare nell’ottica che saremo sempre più obbligati alla formazione continua intesa come la capacità di formarsi sempre e meglio, dando valore non al titolo di studio (anche quello è importante) ma all’acquisizione di competenze che unite alla capacità di essere finalmente produttivi rendano esponenziale la nostra propensione non solo al cambiamento ma alla capacità di essere sempre “sul pezzo” e appetibili in un mercato del lavoro sempre più dinamico e alla continua ricerca di competenze, sopratutto trasversali.

Ma come la raccontiamo? E cosa possiamo fare?
Nel nostro paese 1000 aziende al giorno chiudono. C’è di più: 4 milioni di poveri, una pressione fiscale al 52% e 3,3 milioni di disoccupati. E allora come possiamo innovare in un paese con queste criticità? La strada da percorrere è quella di puntare sui talenti, sulle capacità che come popolo sono intrinsecamente presenti in noi stessi. In una parola: dobbiamo puntare sulla nostra capacità di essere resilienti. Se guardiamo alla resilienza come strada possibile, ci rendiamo conto che gli italiani, tutti, si distinguono nel mondo per creatività, talento, eccellenza, capacità di emergere in ogni settore. Siamo un popolo dal DNA resiliente, quindi abbiamo tute le carte in regola per ripartire, investendo sui nostri giovani, sui talenti e le eccellenze individuali e collettive, ma per prima cosa dobbiamo riconoscere i nostri problemi e errori.
Se saremo capaci di farlo, ci renderemo conto che la risoluzione di problemi commessi sia economici che sociali, è proprio lì nelle “periferie”, così come nelle aree depresse del paese dove ci sono migliaia di giovani altamente qualificati e con la fame giusta per portare il proprio contributo, proprio come fecero i nostri nonni dopo la seconda guerra mondiale.

Come sostiene Envir Lazlo: “Se il mondo è davvero vicino al cosiddetto punto di caos, i problemi non si possono risolvere con lo stesso livello di pensiero che avevamo quando gli stessi si sono creati”.

 

[Photo by Oliver Cole on Unsplash]

Antonio Candela
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